Passaggi e passaggi…

sono cose che accadono, e scorrono. una voglia che mi rassomiglia, e ipotizzo somiglianze anche nelle conseguenze. dicono: è meglio provare che immaginare di fare. allora provo, per smettere di guardare case che corrono via dal treno, immaginando come sarebbe se si facesse. le cose che accadono sono passaggi, cose che scorrono, e ogni tanto potrebbe anche venirti voglia di scriverne
domenica, 21 settembre 2008

Un attimo di luce
Nella penombra del tempo
Guardo gli altri con pena
Sciocche accanite anime
Nel turbine dell’anonimia
Come potranno capire mai
Il significato della tua presenza
Insegnando al mondo il suo centro
La strada ai suoi pellegrini
Gradienti di universalità
In un succedersi mistico
L’incedere e divenire
Che ti ha svelata qui
 
Comunione metafisica
Prendi per mano i miei giorni
Disegnami ancora i tuoi sogni
In quest’animo scarno
Che accarezzi paziente
Ti lascerò guidarmi
Mi lascerò raccontare
Guardando la storia
Scrivere dolcemente di Noi
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mercoledì, 13 agosto 2008

Umida e fertile

Terra bruna di noi

Seguendo un filo silente

Curve del tempo

Magnetiche parabole

Ci ritrovammo al tavolo

Parentesi mistiche sollevando il mondo

Alla fine del giorno

Nell’ora propizia

Mischiammo ragioni e sogni

Sostanze e presenze

Capendo cosa c’era sotto

Mutualizzando pienezza

Avevamo poche parole

Ma grandi come nubi

Vere come pioggia

Guardammo in alto di sbieco

L’acqua cadere

L’infinito scriversi

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sabato, 24 maggio 2008

Voci silenti per pochi

incroci senza contatto

sfiornadoci fuochi

nell'ansa del nostro petto

Sfuggi dalla mia presa

anima a te sola appartieni

muovi alla meta preclusa

contro tutte le loro ragioni

Costellazioni e incontri

luminescenze insonni nei volti

sopraffine e rare memorie

in quegli sguardi raccolti

collezioni di possibili storie

 

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martedì, 26 febbraio 2008

Traces de divergence

Séparer le sentier

Versions et vengeances

Châtiments mérités

L’arme dans la main

Sans peur de détendre

Sans larmes dedans

Prêt à te perdre

Fuit de vous et de tout

Chair brûlée

L'absence connue

Ne peut que se cacher

Con un filo di lacrime ad appannarti la vista. Cerchi l’angolo giusto d’osservazione, tra palazzi che sfilano, tra immagini vive, il ricordo di una storia che non ci sarà più. Dovresti dire che non sei preparato, che non avresti dovuto, che non hai imparato nulla.

Del resto.

Dovresti dire quello che ti passa per la testa. Sempre. Preferibilmente nei contesti meno adatti. Sarebbe un modo per distinguerti, lasciare il segno, affermare la verità del tuo passaggio. Alla peggio scrivendo il tuo nome sulle piastrelle bianche e luminescenti di un ospedale psichiatrico di perifieria.


Cura o esorcismo

Vendere l’anima al mondo

Il diavolo ha di meglio da fare

Fate come gli altri

Ingozzatevi d’imitazione

Tanto il bene non serve

Ché non c’è verità

Nulla resta da declinare

Poiché siamo soltanto metà

Vantati di quello che sembri. Non dire a nessuno che sei uno qualunque. Uno qualunque. Non ti crederanno. Ti diranno che sei un tipo in gamba, che hai le carte in regola. Che sei uno che sa quello che vuole.

"Lei dovrebbe accettare il fatto che nella vita occorre fissare degli obiettivi possibili", mi ha detto dall’alto del suo pizzetto bianconero e ben curato il mio analista. In quest’epoca dove Dio è morto e il suo storico rivale è disoccupato e depresso, può succedere che gli strizzacervelli abbiano pure ragione qualche volta.

Questa storia degli obiettivi la devi prendere in considerazione. Se non altro per i 45€ la seduta. In effetti pare che . avere fini da raggiungere nel medio-lungo periodo sia la normale necessaria condizione di equilibrio. Successione di giorni a rappresentare un disegno previsto e voluto, dove si siano investiti a dovere i propri talenti e messi i mezzi adeguati. Con un corollario di preghiere e/o invocazioni a un dio o chi per lui laddove ritenuto necessario.

Obiezione dottore : tu puoi volere una cosa, una persona, uno status. Allora ti metti a lavorare sodo per raggiungere l’obiettivo che ti sei prefissato. Devi superare ostacoli, devi saper fare dei sacrifici. Ce la puoi fare, tenendo duro. Poi, dopo un po’ di tempo e dosi variabili di abnegazione ci arrivi. Ce l’hai fatta. E in quel momento che cosa succede? Dovresti goderne, il compimento dovrebbe contribuire alla tua pienezza, alla tua soddisfazione, al tuo equilibrio. Globalmente alla tua "felicità".

Quando invece fossero soltanto la tensione, la ricerca, il desiderio a riempirti anima e corpo? L’insoddisfazione sarà la tua instancabile compagna. E non avrai altro dio all’infuori di lui, il desiderio, che ti dà ragione di esistere, vento nelle vele, voglia di svegliarsi e quella delle notti lunghe. Voglia di amare.

Farlo è un altro conto.

Non è vero dottore?

Anfratti mentali buii

Ansimare via il coma

Senza scuse o ragioni

Oblio di passioni

O

Meglio essere in silenzio

Fare finta di niente

Morire dentro

Non ti cercherò più

Riempito di nulla

Senza alcuna virtù

Assente e disperso

In un fuoco fatuo

Deglutito e sommerso

Moto silente e perpetuo

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lunedì, 04 febbraio 2008

Equilibre de papier

Sensation d’infini

Pour te retrouver

 

Caresses mon âme

Seulement cette vie

Mais j’ai envie

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sabato, 02 febbraio 2008

Costanti conosciute
come calce nella gola
coltre negli occhi
un giorno senza nome
disastro annunciato
senza spargimenti di sangue
semplicemente
il Vuoto
la Perdita
 
lezione perpetua
parole dure come il silenzio
“avrei voluto fossi tu”
cado in ginocchio
non meritandoti
incapace
senza rifugio
né giustificazione
 
moto perpetuo
malattia di desideri contrari
senza più un senso  
senza ritorno
senza uno scopo
affogando Solo
 
il perdono
l'attesa
il tempo
la cosa giusta
vorrei
volare di nuovo
volere davvero
Unicità

Noi

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lunedì, 28 gennaio 2008

Essere in modo sbagliato

Grazie di dedicare elogi

Stringere abbracci

" Forse non abbiamo preso in considerazione i fatti "

Svolgimento linearmente sterile

Andando e venendo

Stare in campana potrà risultare utile

Prossimi venturi e falsi come l’alba

Non chiedersi mai cosa sta dietro

Ai servizi compiuti

Agli angoli angusti

Alle proposte alternative

" Del resto dobbiamo badare alle nostre unità di ripiego "

Alle nostre cellule

Ai nostri perimetri

A scadenze e dipendenze

A riprodurci nelle statistiche

Do ut des

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mercoledì, 29 agosto 2007

sarebbe successo lo stesso
nell'unicità dei percorsi
sensi nascosti a metà
tracce comuni
senza dove né quando
non me ne vado
ma di certo non resto
puoi metterti in disparte
seguire le passioni dell'arte
sputavo sangue e sentenze
mente e mentore a me stesso
instabile e incongruente

 

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giovedì, 04 gennaio 2007

Nous obstruons les rares chemins vers la découverte avec abnégation, pour éviter l’essoufflement de la déstabilisation et pour exorciser la peur de la désillusion. Nous flottons en paix.
 
Elles ne se posent pas trop de questions mes abeilles du jardin, elles travaillent pour leur petit futur coloré et pour un peu de douceur. Elle collaborent à un dessin unique. Elles ne connaissent pas l’inaptitude et rarement l’inquiétude.
 
Pendant que nous, ridicules souverains sans trône ni bon sang, animaux aux territoires en boite, nous construisons royaumes d’espoirs acceptables et tissus acryliques, nous nous dépêchons pour aller au cinéma et programmons de manger japonais. 
 
Le territoire nous le voulons comme nôtre, il nous semble vraiment choisi, il est connu sans que l’on ait jamais mis en question. Tu veux t’en libérer et aller dans le sens contraire ? sortir des frontières ou perturber les acquis communément acceptés ? Trouve le courage de le faire. Ce sera probablement une des rares manières de laisser une trace. Au cas où tu penserais que “laisser une trace” puisse être une réponse à la recherche de sens ou éventuellement à l’augmentation incontrôlée des loyers.
 
J’ai des questions sans réponse. C’est tout à fait gênant d’en avoir. Par exemple : je me demande pourquoi nous parlons de liberté comme un fait en nous croyons à la vérité dans la bouche des gens. Je me demande aussi pourquoi nous sommes pas capables de mettre en doute les rythmes, les modes et modalités, les phrases faites et les conventions. Et pourquoi nous arrêtons volontiers de nous poser des questions.

Entre temps les abeilles dessinent trajectoires fractales, fatigue minutieuse et créative d’une nature éternelle à discrétion du plus fort. La loi du plus fort a toujours régné aussi dans nos royaumes superposés, comme une maladie pandémique, comme une énième négation de l’esprit.
 
Je me penche par la fenêtre le nez vers le haut, un geste de fierté matinale. Je vois toits invariablement présent, un soleil héro obstiné, lançant un regard dramatiquement oblique. Je pense à ceux qui prêchent sur du contre-plaqué noir déteint dans les boulevards de la ville géante, j’aimerais pouvoir demander leur vision de la prépondérance, de l’accumulation ou de l’imminence, et aussi si la trace est un point de départ ou un fablier diffusé, ou comment s’approvisionner et se nourrir de philosophies simplifiées, applicables et riches en anachronisme.
 
Nous nous soucions de compléter des collections, de réussir des stratégies, de descendre le chien, d’appeler maman et de vérifier la facture du téléphone. Nous avalons des psychotropes raisonnablement. Nous nous étalons un petit peu et au moment venu nous investissons parties suffisantes, en attendant messianiquement un accès de croissance ou au pire une conjoncture clémente. Nous flirtons avec l’espoir sans modération, en le cachant en intelligence sociale, pendant que le temps nous marche gentiment dessus et que la nature fait son cours altéré.
 
Je me suis toujours surpris de la cœxistence des processus invariablement et obstinément opposés, comme à vouloir sous-entendre méthodes possibles et imperméables, fins contraires et solutions adaptées. Comme à nous rappeler la notion de passage conscient, au dépit d’une aveugle foi dans la perduration.

Je me suis arraché
Une fois encore
Si non capable au moins obstiné
Un renier la peur
En excès de lucidité
Comme abeilles sur le cœur
Fleurs pour ne pas accepter 
Lignes courbes qui sentent l’aurore
Instants et traces sur terre
 
On te pose des questions. On écoute très peu les réponses. L’évidence dans la formalité, peu d’espace à la multiplicité des formes et des contenus. Souvent. Nous sommes des acteurs dans des théâtres contigus, nous travaillons des rôles en continuation, nous sommes des professionnels. Un travail comme un autre. Faut bien s’occuper.
 
Visiblement avoir un esprit et des pulsions débordantes de génialité n’est pas à l’ordre du jour. C’est mon voisin du dessus qui me l’a fait remarquer. Je lui ai proposé une solution du genre : respirer profondément et rechercher changements continus et originalité, fusionner les âmes et pénétrer les intentions, en espérant que celles-ci soient démarches plus utiles. Il m’a fait un clin d’œil me chuchotant qu’il faut produire dialogues stériles et suffisamment techniques, concepts moyennement futuribles, comportement socialement agrées, demi-vérités mâchées et comestibles. Qu'il faut envoyer des cartes postales, voter les moins pires, baigner les fleurs, et tout cela à temps.
 
Mais je ne veux pas faire de la critique peu crédible de cette position indiscutablement partielle. En plus je sais d’être trop linéaire et modéré pour m’aventurer en toute tentative d’acharnement. Je préfère donc m’asseoir sur le canapé du salon, allumer la télé écran plat et chauffer de l’eau, me raconter que je suis “en train d’essayer”, et que vous êtes capables de comprendre. Je préfère faire, me faire croire et y croire. Je m’occupe moi aussi. Et ainsi faisant j’aurai aussi utilisé toutes les personnes disponibles.      
 
Tandis que les abeilles continuent leur œuvre paisiblement insouciantes. Légères et savantes comme l’aube en printemps. Elles aurons servi une cause, accompli une mission, évité la conjoncture et de raconter des histoires. Créé des nouvelles vies simples et magnifiques comme les leurs.  
           
 
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giovedì, 14 dicembre 2006

Si un titre fallait-il : « Des portes s’ouvrent souvent. Au même temps, bien évidemment. »
 
 
La porte s’ouvre devant mes yeux encore chauds et ensommeillés. Silence de deux côtés. L’homme vieux et barbu m’équarrit d’un regard sévère, deux livres dans la main gauche pendant que l’autre pointe l’index vers le haut. Je ne suis pas en mesure d’interpréter. A cette heure du matin je ne peux que décider de respecter ce silence riche de possibilités. Je m’écarte et le laisse entrer sans prononcer un mot.
 
-         Vous êtes plus âgé de ce que je pensais,  jeune homme.
 
(Vous êtes plus jeune de ce que je croyais, monsieur ). Je le pense, mais je me taie.
 
Je lui fais signe de se diriger vers le salon et, une fois à l’intérieur, lui indique mon canapé rouge. A guise de diversion mais caché derrière forme et courtoisie, j’atteins la cuisine pour préparer plateau et thé. Entre temps je cherche des mots adaptés. 
 
-         Je ne vais pas rester longtemps, j’ai d’autres personnes à rencontrer ce matin.
 
Il suspend la phrase quelques instants, puis il reprend :
 
-         Mais vous m’avez l’air de quelqu’un qui cerne rapidement, cela devrait me faciliter la tache.
 
En revenant je m’efforce de maintenir un équilibre entre les objets sur le plateau, les pas sur le tapis, les yeux sur son gros nez bourgeonné, et cette étrange sensation d’imminence qui envahit l’appartement. Je ne sais pas comment, mais j’y arrive. Alors je vais m’installer sur la chaise de l’autre côté de la petite table en bois foncé qui nous sépare, je remplis les deux tasses et je me mets en une sorte de modalité je-vous-écoute. La seule envisageable vu que, quant aux mots, ils n’ont toujours pas l’air de vouloir venir me soutenir.
 
-         Du sucre ? que je lui demande.
-         Sans sucre, lait ni citron, merci.
 
Comme moi, d’ailleurs.
 
Il prend sa tasse d’un geste calme et avec le regard cloué sur mes yeux devenus désormais très attentifs, il la dépose un peu plus proche de lui, puis il inspire profondément comme s’il voulait sentir mieux l’arôme de bergamote. Et il prononce ces mots d’un seul coup :
 
-         Certainement vous connaissez la situation, vous avez déjà pu connaître ses implications. La seule chose qui change aujourd’hui est la manière de la présenter.
 
Il quitte enfin mes yeux et les dirige là où il vient tout juste de poser les deux livres. Bien positionnés l’un sur l’autre.
 
-         Deux histoires, le même protagoniste, et un choix à faire bien sûr. Un des deux viendra avec moi à jamais.
 
Il suspend à nouveau en ébauchant un sourire, et il ajoute :
 
-         Je vous en prie.
 
J’ai une soudaine envie de refus. De révolte. D’atteindre la terrasse pour m’échapper. Je suis visiblement en train de paniquer. Je cherche à nouveau refuge dans des mots possibles, ne serait-ce que pour gagner un peu de temps, mais aucun ne veut me faire grâce de prendre l’initiative. Mes pensées courent et se poursuivent comme gamins en récréation, une crase sans critères repérables s’improvise et s’autoalimente. Je pose ma tasse qui s’est mise à trembler. J’inspire moi aussi. Deux fois, lentement et profondément.
 
Puis je me décide. Je prend le premier en haut, pour l’observer de près. Une étrange couverture légèrement argentée, elle reflète approximativement les traits de mon visage. Je l’ouvre et constate l’évidence prévisible : succession des pages blanches. Toutes.
 
-         C’est celui-là que vous choisissez ?
 
Je sursaute, et je le redépose d’un mouvement rapide et nerveux. De l’autre côté, la main libre va attraper l’autre. On dirait le même, sauf peut-être un peu moins épais. J’hausse mon regard et le pointe sur son visage de savant du dimanche, à la recherche d’un indice quelconque, ou d’un signe d’approbation. Il ne se passe rien. Mon langage est toujours comme bloqué à la source, et je commence à me convaincre que lui-là, il y est pour quelque chose.
 
Un temps qui pourrait facilement ressembler à deux bonnes minutes s’écoule. D’au moins c’est l’impression que j’ai. « Magnanime », je pense. Lui, il se lève, pendant que moi, à l’instant, je me concentre sur cette ridicule esquisse de réflexion, suspendu entre le désordre des éléments et une inconfortable rationalité. Puis une révélation me surprend et secoue. J’ai un insight, pour ainsi dire.
 
J’attrape l’autre tome en toute vitesse, je regarde le barbu une dernière fois comme si je venais de comprendre ses méchants plans, j’affiche un dernier sourire de victoire et je me précipite vers la porte d’entrée. Deux étages dévorés comme si le feux crépitait derrière moi et je suis dans la rue. La lumière du jours m’aveugle pour quelques secondes. Ma tête tourne légèrement. Le temps semble s’arrêter d’un coup. Mon corps se retrouve figé ici, sur ce trottoir métropolitain d’un matin quelconque, au milieu d’un monde qui tourne quand même. Et mon esprit a une autre révélation. Une vraie probablement cette fois-ci. J'accepte le fait, le barbu et sa mission. J'accepte ma paralysie. Aucun signe de rebellion à son bras autour de mon épaule. Je l'écoute dire, d’une voix posée et linéaire :
 
-         Ne vous inquiétez pas. Ce n’est pas la fin du monde.
 
Je regarde mes mains accrochées à cet ensemble de papier vide. Je lui restitue le plus grand, je tends la main pour m'approprier de l'autre. En le faisant je me donne un air de conscience, comme si, en son absence, une réflexion inespérée était intervenue à illuminer mon choix. Il me souris en me donnant aussi sa main pour que je la serre. Je le fais instinctivement. En suite je recule pour m’appuyer au mur de l’immeuble. Pour ne pas précipiter. Je l’observe s’éloigner avec mon autre vie sous son bras droit.
 
La chose que je regrette, la seule que je puisse me reprocher, je pense, est que j’ai été capable de lui dire seulement une chose :
 
 
«  Du sucre ? » 
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